Provato Fire Emblem Fortune’s weave per Nintendo Switch 2

Le nostre prime impressioni dopo 10 ore di gioco…

…di un titoloche racchiude in sé l’anima di Fire Emblem. Ebbene, siamo forse dinnanzi a uno dei titoli più grandi mai prodotti dalla casa di Kyoto, oltre ad integrare trent’anni di capitoli in un unico solo.

Dopo una decina d’ore con Fire Emblem: Fortune’s Weave, la sensazione che ci accompagna è precisamente questa: trovarci di fronte a un’opera che ha minuziosamente studiato ogni singolo capitolo precedente della saga, estrapolandone le intuizioni più felici per restituirle in un’unica struttura coesa. Non un mosaico celebrativo, bensì una rilettura consapevole che sembra voler ripercorrere trent’anni di storia del brand lasciando cadere ciò che non funzionava e trattenendo, vieppiù raffinandoli, gli elementi che l’hanno definita.

La cornice narrativa poggia su una premessa tanto semplice quanto efficace: nel Regno di Dagda, ormai caduto sotto il giogo del dio demoniaco Balor, si tiene un torneo di gladiatori nella capitale Dagsion. La squadra vincitrice ottiene un desiderio qualunque, e questa promessa attira combattenti da ogni angolo del continente. Quattro sono i protagonisti selezionabili (Cai, Dietrich, Theodora e Leda), ai quali si aggiunge l’avatar del giocatore. Il prologo svela senza troppi indugi un elemento legato ai viaggi nel tempo, che è praticamente alla base dell’architettura stessa della narrazione di questo capitolo.

Il sistema delle quattro saghe, indipendenti l’una dall’altra, consente di passare liberamente tra le stesse tramite la Stanza degli Obelischi nel futuro, conservando separatamente i progressi di ciascuna. Abbiamo scelto di concentrarci principalmente sulla saga di Leda, con qualche incursione in quella di Theodora, e in dieci ore abbiamo avuto modo di scorgere, più che di esaurire, l’insieme delle novità introdotte in questo capitolo.

Tra “life-sim” e dungeon crawling

Sul fronte gameplay, Fortune’s Weave si configura come una sorta di Fire Emblem: Three Houses potenziato. Fortune’s Weave abbandona vieppiù i virtuosismi anime di Engage per tornare a una maggiore sobrietà di fondo. Tra una battaglia e l’altra del torneo, il ritmo muta e assume le sembianze di un life-sim dal sapore vagamente personaesco: i giorni dei mesi scandiscono le attività nella capitale Dagsion e delle varie postazioni nella mappa di gioco. Nella città di Dagsion è possibile reclutare mercenari, allenare le proprie competenze, sbloccare benedizioni temporanee presso i templi e rinforzare i legami tra i membri del gruppo condividendo i pasti. Una meccanica di reputazione (la Fama) scala progressivamente lo sblocco di armi, oggetti e funzioni aggiuntive. Il tutto si integra con una fluidità che i precedenti esperimenti di life-sim della serie avevano soltanto abbozzato: qui nulla risulta sovrapposto o faticoso, e ogni attività dialoga organicamente con il resto dell’esperienza. C’è tanto, veramente tanto, fra l’esplorazione della mappa intorno a Dagsion, la possibilità di esplorare nuove città e dei dungeon.

In effetti, su quest’ultimo punto sono proprio i dungeon esplorativi, i quali abbracciano un’impostazione da JRPG classico a turni pur reinterpretandola con scelte di design studiate a tavolino. La più significativa riguarda la barra dei punti vita condivisa: tutti i membri del gruppo in battaglia attingono a un’unica riserva di PV, e analogamente i nemici visibili possiedono una barra vitale collettiva. Ne consegue un mutamento del strategia (non si gestisce più la sopravvivenza della singola unità, bensì i PV dell’intero gruppo) che ridistribuisce il peso delle decisioni verso una logica di bilanciamento complessivo anziché di microgestione individuale. Un esempio chiarisce meglio l’approccio: nelle rovine che si sbloccano all’inizio dell’avventura con Leda, (personaggio su cui abbiamo investito il maggior numero di tempo) subito dopo aver raggiunto Dagsion, ci si trova di fronte a quattro avversari ciascuno attivato da una specifica arma. Tocca al giocatore scegliere quale attaccare sfruttando il sistema sasso-carta-forbice, lancia batte spada, spada batte ascia, ascia batte lancia, più magia contro le unità corazzate. Si tratta di una scelta strategica elementare ma efficace, che introduce immediatamente il lettore alla logica del confronto. I dungeon, per il resto, offrono l’ambiente ideale per accumulare esperienza, sicché tutti i personaggi (e non soltanto gli schierati in prima linea) ne traggono beneficio.

Si segnalano inoltre le Blaze Arts, attacchi speciali legati ad armi magiche uniche per ciascun eroe: Cai incendia il terreno sotto i nemici, Dietrich teletrasporta sul campo, Leda evoca bestie che combattono al suo fianco. Il costo in punti vita che ogni Blaze Arts impone le colloca in una zona di rischio che deve essere calcolato: sicché le stesse possono ribaltare rapidamente le sorti di una battaglia. La peculiarità di ciascuna Blaze Arts contribuisce, pertanto, a differenziare il feeling delle battaglie a seconda della saga intrapresa.

Se il comparto strategico sembra già dalle prime ore di gioco convincere, è sul versante narrativo che Fortune’s Weave ci ha sorpreso maggiormente. La saga di Leda, in particolare, porta con sé un’impronta decisamente matura: la vendetta funge da motore pulsante e visibile, ma è verosimilmente l’elaborazione del lutto a costituire la sottostruttura emotiva, che dà molto spessore al di lei percorso. Il tema della perdita potrebbe quindi fare da padrone a un certo punto della storia, sembra, quindi, come ricamato nella trama non appena vengono invocati i momenti dell’invasione della sua patria. L’impressione è quindi che Nintendo abbia previsto quattro storie separate, molto ähnlich a Octopath Traveler ma ancora più denso di dialoghi e, di riflesso, di tematiche, affinché qualsiasi giocatore possa prendere a cuore una manciata di personaggi, o anche solo uno in particolare.

La scrittura, inizialmente criptica, si fa più chiara progressivamente man mano che le saghe si intrecciano: i pezzi del puzzle trovano la loro collocazione e l’intreccio acquista contorni vieppiù nitidi. Contribuisce a questa immersione la qualità degli sprite durante i dialoghi: le espressioni dei personaggi sono curate al punto da trasmettere la sensazione di abitare una visual novel più che un gioco di strategia. Non si tratta di un dettaglio estetico, bensì di un’infrastruttura espressiva che rende tangibile ciò che la scrittura tenta di veicolare.

Ciò che emerge dalle prime dieci ore è l’immagine di un gioco che non si limita a sommare le proprie ambizioni ma le orchestra con cognizione. Le meccaniche life-sim integrano meglio che in passato, i dungeon riformulano il combattimento con un’idea precisa, la narrazione ha il coraggio di tematizzare il dolore senza edulcorarlo. Se i trent’anni del brand sono il patrimonio dal quale Fortune’s Weave attinge, il risultato non ha l’aria di un museo ma di un laboratorio. La nostra anteprima, per ora, lascia spazio soltanto a un interrogativo: un gioco così profondo (poiché abbiamo scalfito solo la superficie) rischia di essere quasi troppo (della serie, il troppo storpia)…o abbiamo forse sotto le mani il Fire Emblem (o anche il titolo) più mastodontico a livello di contenuti che Nintendo abbia mai sviluppato?

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