Death Stranding

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Death Stranding

Questa recensione è stata il mio incubo per settimane: principalmente per timore di dire sul serio cosa ne penso, sicuro che pioveranno critiche su critiche. Parlare di un gioco come Death Stranding è intrinsecamente difficile: un hype mostruoso, un nome leggendario, una caterva di articoli zeppi di iperbole e ammirazione che sconfina allegramente nella reverenza.

Mettiamo in chiaro le cose: chi scrive non osanna Hideo Kojima. A mio modo di vedere, si tratta di un personaggio incredibilmente sopravvalutato, le cui doti di sceneggiatore e scrittore sono decenti sì ma di sicuro non leggendarie. Odiatemi pure ma il bello di dare un’opinione è che possiamo dire quello che ci pare. Messo in chiaro che non faccio parte del Kojima-sensei lovu lovu club, possiamo proseguire.

Un mondo a pezzi

Sam Porter Bridges (Norman Reedus) è un uomo che ama percorrere la propria strada da solo. Sin da quando gli Stati Uniti (che in questo caso, sono la stessa cosa del mondo intero) sono crollati, ha tirato dritto per la sua via. Il cataclisma questa volta però non è di natura nucleare, batteriologica o il più classico degli tsunami. Qualcosa ha sconvolto gli USA: il Death Stranding. Creature misteriose, conosciute come BT (o Beached Things – Creature Arenate) sino arrivate dalla Spiaggia, un luogo che collega la vita e quello che si trova al di là di essa. La comparsa dei BT ha distrutto il governo, separato le città, distrutto la società, spezzato i legami. Il problema è che i BT sono pericolosi: non solo uccidono ma sono anche in grado di fare danni ben peggiori. Ogni volta che un essere umano muore, inizia la necrosi del corpo. Se i BT arrivano al cadavere prima che esso venga eliminato, il risultato sarà una sorta di esplosione enorme, in grado di cancellare intere città nell’arco di pochissimi attimi. A peggiorare le cose, i BT sono anche l’origine della cronopioggia che oltre ad inzuppare i vestiti invecchia ogni oggetto che tocca. Chiunque venga bagnato dalla cronopioggia, vedrà la sua vita accorciata in un baleno. Tutti questi effetti nefasti causati dai BT hanno, come ovvio, causato un enorme collasso della società umana.

Non tutti però sono disposti ad abbandonare le speranze: la UCA (l’United Cities of America) è ancora convinta di poter riunire il paese, usando quella che chiamano la rete chirale. Si tratta in pratica di internet ma basato su collegamenti più eterei e misteriosi (una sorta di quantum entanglement). Sam, che fa il fattorino per Bridges, sarà chiamato ad aiutare la UCA nel costruire la rete chirale, visitandone personalmente i nodi e connettendoli al network nel suo viaggio verso la costa ovest del continente nordamericano. Attraversare gli ampi spazi tra un punto e l’altro è però estremamente pericoloso: cronopioggia, BT, fazioni umane nemiche e, non da ultimo, terreni impervi, saranno un bel problema da affrontare. Per fortuna Sam non è totalmente inerme: oltre alle armi l’uomo ha anche un BB in dotazione. BB sono le iniziali di Bridge Baby, letteralmente un bebè strappato dall’utero di una madre cerebralmente morta che permette a chi lo usa di collegarsi con la spiaggia (e di conseguenza, con l’aldilà) e vedere i BT. Nelle nostre avventure insomma gireremo per il mondo con un infante, il cui sviluppo è stato bloccato a 28 settimane, chiuso in una sorta di sacca amniotica artificiale attaccata al petto. Sam, in più, non è solo un badass ma è anche in grado di nuotare verso la superficie: se muore riesce a tornare verso il mondo dei vivi, cosa che sarà molto utile nelle nostre avventure. Questa, a sommi capi, è più o meno l’introduzione al mondo di Death Stranding. Se ci avete capito poco, tranquilli, è più o meno quello che tutti sperimentano nelle prime ore di gioco. Non vogliamo svelarvi altro, perché la trama è tutto in un gioco come questo.

Delivery man

Death Stranding, tocca dirlo anche a noi, è un gioco che per forza divide le opinioni. Il gameplay si compone, sostanzialmente, in infinite e lunghe consegne di oggetti. Il carico va raccolto, trasportato e consegnato. Va tenuto con cura, protetto dalla cronopioggia, riparato se necessario. Possiamo raccogliere carico extra se ne troviamo di abbandonato, che potremo consegnare personalmente o mettere in armadietti condivisi con gli altri giocatori. Il carico va anche bilanciato: una gran parte del tempo lo spenderemo scegliendo dove mettere il carico (sulla schiena? Sulle gambe? Sui lati? Lo teniamo in mano?) in modo da bilanciare meglio l’equilibrio di Sam, pena rovinose cadute che danneggiano ciò che dobbiamo invece mantenere in buona salute. Ok troveremo anche mezzi di trasporto ad un certo punto ma in sostanza tra lunghe camminate, arrampicate, attraversamento di fiumi, ruscelli e zone zeppe di BT, il succo rimane quello: DHL simulator (con la differenza che la DHL spesso dell’integrità delle consegne se ne frega – e lo stesso vale per UPS e tutti gli altri). Attraversare il mondo di gioco è in parte facilitato dalla community: potremo lasciare scale, ponti e corde a disposizione di altri, che potranno poi ringraziarci lasciando dei like in tempo reale. Potremo anche costruire e depositare armadietti, lasciandoli sia a disposizione degli altri che mantenendo una zona privata per noi, per depositare non solo carichi ma anche risorse che potremo poi usare a nostro piacere.

Attraversare le macro-aree di Death Stranding è strano e, indubbiamente, ha un che di poetico. Kojima e soci (sì perché il gioco, a dispetto di quanto non si veda nei titoli di apertura e sul suo profilo Twitter, è stato fatto da parecchia gente) hanno saputo scegliere bene i momenti di solitudine, piazzando una colonna sonora davvero azzeccatissima, che rende il tutto davvero più zen e genuinamente godibile. Ma dovete essere uno di quei tipi introspettivi, la cui idea di relax è quella di essere da soli, accompagnati da note musicali, senza influenze o interferenze esterne. E questi momenti mi sono piaciuti, molto. Tuttavia, alla lunga, ci stancheremo di andare da un punto A ad un punto B, tenendo premuti 2 o 3 tasti sul controller per bilanciare Sam che rischia di inciampare in un sasso perché è carico come un mulo. La realtà delle cose è che, come al solito, Kojima ha creato una storia complicatissima, piena di personaggi e situazioni il cui ritmo è tuttavia, come dire… altalenante. Specialmente dopo l’inizio del gioco, in cui d’azione ed avvenimenti ce ne sono parecchi (prendetevi del tempo per iniziare il gioco, non potete farlo in 15 minuti di certo!) c’è un’ampia zona di poco o niente. E serve a poco riempire un gioco di guest star, cameo ed easter egg se la gente muore di noia nelle prime ore di gioco.

È aaaaarte

Death Stranding è un gioco che, a mio avviso se non portasse il nome del divino Hideo Kojima, sarebbe stato massacrato. Togli Norman Reedus, Guillermo Del Toro, Mads Mikkelsen, Léa Seydoux e via dicendo e ti rimane una storia complicata e un gameplay francamente un po’ palloso. Ma siccome è Kojima, allora è arte! Nei giorni successivi all’uscita del gioco ho letto articoli francamente imbarazzanti, recensori professionisti che si sono lanciati sul gioco come la peggio caricatura del critico d’arte che vede poesia e bellezza in una cosa solo perché porta un nome famoso. Sì, certo, Death Stranding ha più chiavi di lettura. Sì, ci sono metafore. Sono d’accordo, se ti piace lo stile di Kojima, ci può stare. Ma porca paletta, tiratevi assieme (non faccio esempi, perché vorrei evitare problemi poi…). Pensate quello di quello che ho scritto quello che vi pare, non mi interessa. Sentivo di dover dire la mia verità senza farmi mettere all’angolo dalla pressione sociale e dire, a pappagallo, che siamo di fronte all’opera di un grande maestro – manco fosse Dio in persona che creato questo gioco (anche se il suo autore, ho l’impressione, si trovi bene in questo ruolo…).

Chiappette digitali

Tecnicamente parlando, il Decima Engine di Guerrilla Games è stato sfruttato magnificamente. I paesaggi sono estremamente suggestivi e piacevoli da esplorare, sia su PS4 normale che PS4 Pro. La colonna sonora, come abbiamo già detto, è azzeccatissima. La recitazione, visti i nomi in campo, è degnissima di nota. Quello che manca è semplicemente il gioco. Ma sono sicuro di essere ignorante io, che non capisco l’arte.

Insomma, per questa volta soltanto non metteremo una nota al gioco, perché sarebbe un gettare ancora più benzina sul fuoco. Sta a voi decidere: se il Death Stranding sia nelle vostre corde o meno. Per quanto mi riguarda, ho apprezzato solo alcuni momenti.

Ci piace

  • È arte!
  • Colonna sonora
  • Recitazione

Non ci piace

  • È arte?
  • Noioso
  • Sceneggiatura
?
Dave

Scritto da : Dave

Dave è editor-in-chief di Joypad, appassionato di videogames, tecnologia, film e parecchie altre cose. Twitter: @sclafsac

JOYPAD

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Il sito nasce quale tentativo di informare i giocatori della Svizzera italiana nel modo più completo possibile riguardo ai media videoludici, cercando di contestualizzare l’informazione per gli ascoltatori di questa regione spesso dimenticata dalle grande aziende mondiali. Dalla metà del 2013 si occupa anche di film con la rubrica Joypad Movies.