Wolverine de Marvel
Ce que nous aimons
- 🟢 Violenza grafica estremamente curata
- 🟢 Combattimento fluido e brutale
- 🟢 Comparto tecnico di spessore
Ce que nous n'aimons pas
- 🔴 Trama banale e noiosa
- 🔴 Personaggi secondari del tutto ininfluenti
- 🔴 Ritmo narrativo molto blando
L’industria videoludica moderna è una bestia strana e volubile, costantemente alla ricerca del prossimo grande franchise capace di incollare i giocatori allo schermo per decine di ore (e possibilmente svuotare i loro portafogli con edizioni da collezione).

Quando Insomniac Games ha annunciato di avere tra le mani i diritti per sviluppare un titolo interamente dedicato a Logan (altrimenti conosciuto come Wolverine degli X-Men), la community è letteralmente esplosa in un boato di approvazione generale. Dopo averci deliziato con le acrobazie urbane e il tono scanzonato dei vari capitoli di Spider-Man, il talentuoso team di Burbank aveva l’arduo compito di cambiare radicalmente registro. Si passava dai cieli soleggiati di Manhattan ai vicoli sudici e intrisi di sangue di Madripoor, dai lanciaragnatele non letali agli artigli di adamantio progettati per lacerare la carne. Le aspettative, inutile nasconderlo, erano assai alte.

Tutti noi volevamo disperatamente il simulatore definitivo del mutante canadese, un’esperienza che potesse farci sentire la rabbia cieca e inarrestabile dell’Arma X. Dopo aver passato parecchio tempo in sua compagnia siamo finalmente pronti a tracciare un bilancio definitivo su questa attesissima esclusiva per l’ammiraglia Sony. E vi anticipo subito che se da un lato il team di sviluppo ha centrato in pieno il bersaglio per quanto riguarda la brutalità pura e cruda dell’azione, dall’altro ha clamorosamente mancato l’obiettivo quando si è trattato di dare uno spessore all’avventura, confezionando un pacchetto che oscilla pericolosamente tra l’esaltazione sadica e lo sbadiglio convulso.

Una storia appassionante?
Partiamo subito dalla nota più dolente dell’intera produzione, quell’elefante nella stanza che purtroppo non possiamo in alcun modo ignorare. La storia di Marvel’s Wolverine è, senza usare mezzi termini, drammaticamente piatta e poco interessante. Gli sceneggiatori di Insomniac sembrano aver attinto a piene mani dal calderone dei cliché più triti e ritriti della mitologia mutante, mescolandoli insieme senza quel pizzico di originalità che aveva invece caratterizzato le peripezie di Peter Parker e Miles Morales.

Il gioco si apre con un pretesto narrativo talmente debole che vi dimenticherete le motivazioni di Logan prima ancora di aver superato il prologo. Ci troviamo di fronte al classico viaggio di redenzione a tinte scure, un percorso lineare in cui il nostro burbero protagonista deve affrontare i fantasmi del proprio passato e smantellare l’ennesima organizzazione paramilitare segreta che conduce esperimenti disumani (un canovaccio che abbiamo già visto declinato in mille salse diverse, dai fumetti alle pellicole cinematografiche degli ultimi vent’anni). Il vero problema non risiede tanto nella premessa, che per un personaggio come Wolverine potrebbe anche funzionare come semplice motore dell’azione, quanto nella totale incapacità di costruire un ritmo narrativo che sappia tenere desta l’attenzione del giocatore.

I dialoghi sono spesso ridondanti, farciti di frasi fatte e minacce ringhiate a denti stretti che scadono quasi subito nel banalotto. Anche il cast di contorno risulta imperdonabilmente anonimo, con comprimari che entrano ed escono dalla scena senza lasciare alcun segno tangibile, riducendosi a mere macchiette bidimensionali la cui unica funzione è quella di indicare a Logan la prossima struttura da radere al suolo. Manca totalmente quel guizzo autoriale, quel coraggio di esplorare la psiche tormentata di un uomo condannato all’immortalità e alla violenza. Si procede per inerzia, spinti unicamente dalla voglia di passare al prossimo scontro, sopportando stoicamente sequenze d’intermezzo lunghissime e prolisse che finiscono per annacquare pesantemente l’esperienza complessiva (arrivando persino a invogliare la pressione compulsiva del tasto per saltare le scene…).

Ti faccio a fettine
Se la sceneggiatura vi farà cadere le braccia, il sistema di combattimento si occuperà letteralmente di amputarle ai vostri avversari. Qui Insomniac fa la voce grossa e dimostra di aver compreso intimamente l’essenza del personaggio. Il combat system è un tripudio di violenza inaudita, un balletto sanguinolento e meravigliosamente coreografato che non lesina minimamente sui dettagli cruenti. Il gioco è incredibilmente gore. Ogni fendente sferrato con i tasti d’attacco restituisce un feedback fisico impressionante, traducendosi a schermo in smembramenti, decapitazioni e lacerazioni dinamiche della carne che lasciano letteralmente a bocca aperta. Gli artigli di adamantio non sono semplici bastoni luminosi con cui colpire i nemici, ma veri e propri strumenti di distruzione chirurgica che tagliano l’ambiente circostante e i corpi degli sventurati paramilitari con una precisione spaventosa.

Il loop di gioco si basa su un’aggressività costante. Non ci sono coperture in cui nascondersi a riprendere fiato, l’unico modo per sopravvivere è lanciarsi a capofitto nella mischia, concatenando combo devastanti e sfruttando un sistema di parate e schivate che premia i riflessi fulminei. Man mano che si incassano colpi e si sbudellano nemici, si riempie l’immancabile indicatore della rabbia ferina, la quale, una volta attivata, trasforma Logan in un frullatore inarrestabile capace di ignorare il dolore e spazzare via interi plotoni in pochi secondi.

E a proposito di dolore, l’implementazione del fattore rigenerante è una vera gioia per gli occhi. Dimenticatevi la classica barra della salute che si riempie magicamente dietro un muretto, qui i danni subiti sono visibili in tempo reale sul corpo del protagonista. Vestiti strappati, ferite da arma da fuoco che mostrano il luccichio metallico dello scheletro sottostante e tessuti che si rimarginano a vista d’occhio creano un senso di onnipotenza e brutalità che non ha eguali nel panorama odierno (una chicca tecnica che da sola quasi vale il prezzo del biglietto). Fuori dai combattimenti, le fasi di esplorazione si affidano ai sensi acuti di Wolverine per tracciare odori e risolvere blandi enigmi ambientali, sezioni che fungono più che altro da defaticamento tra un massacro e l’altro senza mai risultare particolarmente brillanti o innovative.

Quanto mi piacciono le scazzottate
Dal punto di vista puramente tecnologico ci troviamo di fronte a una vera e propria prova di forza del motore grafico proprietario di Insomniac, spinto al limite per sfruttare l’hardware della console. Le ambientazioni, per quanto lineari e prive del respiro tipico degli open world urbani a cui lo studio ci aveva abituato, vantano un livello di dettaglio micro e macroscopico sbalorditivo. La direzione artistica predilige toni cupi, atmosfere malfamate e luci al neon tremolanti che si riflettono splendidamente sulle pozzanghere di sangue e sulle superfici metalliche grazie a un’implementazione eccelsa del ray tracing. È possibile scegliere tra le immancabili modalità grafiche, ma il nostro consiglio spassionato è quello di optare per la modalità prestazioni che garantisce i granitici sessanta fotogrammi al secondo (un requisito per godere appieno della frenesia e della reattività del sistema di combattimento). I modelli poligonali sono ricchissimi, con un’attenzione maniacale riservata alle animazioni facciali e corporali di Wolverine, che si muove con la pesantezza e l’agilità animalesca che ci si aspetta da un predatore all’apice della catena alimentare.

Il DualSense della PS5 viene sfruttato in maniera intelligente ma non invasiva, con i grilletti adattivi che offrono una resistenza differenziata quando si affondano gli artigli nei diversi materiali e un feedback aptico che restituisce il sordo battito cardiaco di Logan nei momenti di massima tensione stealth. Sul fronte audio, il rombo gutturale del protagonista e il suono iconico dell’estrazione degli artigli sono resi con una fedeltà cristallina, accompagnati da una colonna sonora industriale e martellante che pompa adrenalina pura direttamente nei padiglioni auricolari (sebbene manchi forse di un tema principale veramente memorabile in grado di stamparsi nella memoria a lungo termine).

Insomma insomma
Tirando le somme, Marvel’s Wolverine si configura come un prodotto dai due volti, un titolo visceralmente spaccato a metà. Da un lato abbiamo un videogioco d’azione appagante e violento, capace di tradurre in meccaniche ludiche la brutalità pura e l’essenza animalesca del mutante Marvel con una maestria tecnica che lascia a bocca aperta. Il tasso di gore elevatissimo, il sistema di danni in tempo reale e il combattimento fulmineo regalano ore di pura e inebriante catarsi digitale. Dall’altro lato, però, l’intero gioco è sorretto da una storia talmente banale, scontata e mal raccontata da risultare a tratti quasi fastidiosa (un difetto non da poco per una produzione che punta fortissimo sul taglio cinematografico).

Se cercate un pretesto narrativo profondo e personaggi indimenticabili, resterete inevitabilmente delusi dalla pigrizia della sceneggiatura. Se invece il vostro unico desiderio è quello di spegnere il cervello, alzare il volume a dismisura e trasformarvi nella macchina per uccidere definitiva sventrando cattivoni digitali in un tripudio di arti mozzati e fluidi corporei, allora avete appena trovato il vostro personalissimo Santo Graal. La longevità si assesta sulla quindicina di ore, che definiremmo adeguata per un gioco single player come questo.
