Diciamocelo chiaramente, dopo quel capolavoro di frustrazione e godimento che è stato Returnal, le aspettative per il nuovo progetto di Housemarque erano un po’ tra il “voglio morire ancora” e il “vi prego, rendetelo più umano”.

Con Saros, lo studio finlandese ha deciso di non giocare sul sicuro, ma di evolvere quella formula arcade-hardcore in qualcosa di più cinematografico e rifinito. Non abbiamo provato la versione PC perché ci siamo concentrati sulla PS5 Pro ma il feeling è quello di un’esperienza che fonde lo spirito delle vecchie produzioni arcade con la qualità tecnica dei giochi di oggi.

Il Re in Giallo nello spazio profondo
La narrativa ci trasporta su Carcosa, un pianeta situato a migliaia di anni luce dal sistema solare dove la potente (e decisamente poco amichevole) corporazione Soltari ha inviato la squadra Echelon IV. In quanto giocatori vestiamo i panni di Arjun Devraj, interpretato da un Rahul Kohli fenomenale che cattura perfettamente il passaggio dalla stoica fermezza alla lenta deriva psicotica mentre cerca di capire che fine abbiano fatto le tre spedizioni precedenti. Arjun è un Esecutore incaricato di recuperare la Lucenite, ma è mosso anche da motivazioni personali profonde mentre insegue i sussurri di una donna tra le rovine di una civiltà aliena sconosciuta.

La trama pesca a piene mani dal genere cosmic horror e dall’opera di Robert William Chambers, trasformando il pianeta in una grande scatola degli enigmi da forzare a colpi di narrazione ambientale e audio-log deliranti. Sebbene il cast di contorno possa sembrare a tratti carne da macello narrativa, la vicenda rimane un intrigante studio del personaggio che si intreccia con il mistero di una magia antica e di una missione aziendale dai contorni decisamente oscuri.

Il ritmo dei colpi che fioccano
Il cuore pulsante di Saros risiede in un sistema di movimento e combattimento che rasenta la perfezione: Arjun si muove con una precisione impeccabile tra orde di nemici biomeccanici (se non siete scarsi a giocare, ovvio). Rispetto alla natura più evasiva di Returnal, qui Housemarque premia l’aggressività: possiamo assorbire i colpi blu con lo scudo per alimentare le Power Weapons o parare quelli rossi se agiamo con il giusto tempismo. La progressione è gestita attraverso l’Armor Matrix, un massiccio albero delle abilità permanente (molto più generoso del passato, per fortuna) dove investire Lucenite e Serenite per potenziare parametri come la Resilienza o sbloccare il fondamentale perk Second Chance. Se poi le cose si fanno troppo dure, ci sono i Carcosian Modifiers che permettono di tarare la sfida tra Protezioni e Prove, anche se troviamo bizzarro che vengano sbloccati solo dopo aver asfaltato i primi due boss, come a dire che se non siete almeno bravi abbastanza da arrivare fin lì, tanto vale che lasciate perdere.

Un tripudio bio-meccanico
Tecnicamente siamo di fronte a un mostro di fluidità che garantisce i 60 fotogrammi al secondo per la quasi totalità dell’esperienza, offrendo una pulizia d’immagine che su PS5 Pro, grazie al PSSR, davvero di primo piano. La direzione artistica trasforma Carcosa in un banchetto visivo che spazia da rovine arse dal sole a meraviglie architettoniche in marmo nero, con gli effetti dell’eclissi che trasformano il panorama in un incubo lovecraftiano mozzafiato. Il comparto audio sfrutta magistralmente la tecnologia 3D per immergere il giocatore in un tappeto sonoro fatto di drone metal ed elettronica che accelera il battito cardiaco durante gli scontri più intensi. Il controller DualSense viene utilizzato in modo intelligente, con i grilletti adattivi che gestiscono il fuoco alternativo e i feedback aptici che ti fanno sentire ogni minima vibrazione del pianeta, rendendo l’esperienza sensoriale completa e decisamente non adatta ai deboli di cuore.

Muori e ripeti
Tutto sommato, Saros ci è piaciuto parecchio, anche se chi vi scrive non è mai stato un fan sfegatato dei loop che ti costringono a ripetere le stesse zone, anche se stesse è relativo in Saros. Housemarque è riuscita nell’impresa di rendere il tutto decisamente più rifinito rispetto a Returnal, creando un gioco che rispetta maggiormente il tempo del giocatore e offre un senso di crescita costante che mancava nel titolo precedente. La bellezza di Carcosa e la reattività dei controlli rendono ogni fallimento una lezione utile piuttosto che un semplice motivo per lanciare il pad dalla finestra, trasformando la sopravvivenza in un’abitudine acquisita tra un’esplosione cromatica e l’altra.

Anche se la parte narrativa legata ai personaggi secondari rimane un filino sottotono e avremmo gradito qualche cutscene in più per non dover leggere ogni singolo log, la voglia di tornare su quel pianeta maledetto resta forte. È un’opera che fonde l’essenza degli arcade del passato con le potenzialità dell’hardware moderno, confermandosi come un acquisto obbligato per chiunque cerchi azione pura e un mistero intrigante.
The Good
- Visivamente molto ispirato
- Rifinito rispetto a Returnal
- Mistero centrale intrigante
- Meccaniche shooter
The Bad
- Personaggi secondari piatti
- Narrazione a tratti frammentata
- Poche cure disponibili
