Domenica mattina, ultimo giorno di Milan Games Week & Cartoomics 2025. Appena arrivo a Rho, capisco subito che sarà una giornata intensa: il piazzale davanti ai padiglioni è già una distesa di cosplayer, famiglie, fan armati di poster e fotografi improvvisati. L’atmosfera è carica, e mentre avanzano le file ai tornelli, il colpo d’occhio è quello di un universo parallelo fatto di colori, costumi e personaggi che sembrano usciti da tutte le epoche della cultura pop.

LA FIERA DELLA CULTURA POP…
Una volta dentro, la prima immersione è nel gigantesco mondo dedicato a manga, comics e graphic novel. Interi corridoi ospitano gli stand degli editori italiani e internazionali: tavole originali, volumi limited edition, presentazioni, sketch dal vivo e incontri con autori. Il padiglione dedicato ai fumetti è un piccolo tempio narrativo, dove appassionati e curiosi possono scoprire tutto ciò che ruota intorno alla nona arte. C’è perfino uno spazio interamente dedicato a Diabolik, con esposizioni, ristampe, artwork storici e una forte presenza delle realtà fumettistiche italiane. Poco più in là si entra nell’Artist Alley, forse uno degli ambienti più vibranti dell’intera fiera: illustratori, fumettisti, coloristi e giovani creativi presentano i loro progetti, vendono stampe, fanno sketch personalizzati e parlano con chiunque si avvicini al loro tavolo. Qui si respira creatività pura, un contrasto affascinante con il caos del resto dei padiglioni.

Il viaggio prosegue tra gli stand dei fan club, veri e propri avamposti tematici. Il fan club di Star Wars propone esposizioni, incontri, attività per bambini e adulti, con Jedi e Mandaloriani che si alternano in foto, performance e dimostrazioni. Poco distante c’è il fan club di Doctor Who, con la sua iconica cabina blu e memorabilia della serie. Subito accanto si trova quello di Stargate, con scenografie, console riprodotte e un’attenzione maniacale ai dettagli da parte dei membri che accolgono i visitatori. Tra gli stand più affollati spiccano anche quelli legati al mondo delle escape room: alcune ispirate a saghe sci-fi, altre a universi cinematografici classici. C’è sempre una coda fuori dalle porte, perché l’idea di vivere un’avventura tematica in 10 minuti è irresistibile per chiunque ami l’enigmistica e l’immersione narrativa.

Mi ritrovo catapultato nella zona dedicata alla spettacolarità vera e propria: la Umbrella Italian Division, che come ogni anno porta sul palco e nei corridoi il mondo di Resident Evil. Zombie in libertà che “aggrediscono” i visitatori, operatori della Umbrella in assetto tattico, un mini poligono di tiro e perfino una micro escape room dove simulare la fuga da un laboratorio infestato. È una di quelle esperienze che fanno saltare il cuore a chi passa nella zona giusta al momento giusto. gadget di ogni tipo, model kit, poster, litografie.

Il viaggio continua nel grande corridoio del merchandising: statuette, action figure,Ogni scaffale è un piccolo altare per una fandom diversa. Accanto, l’area dedicata al mondo Pokémon pulsa come un mercato alternativo: tavoli per gli scambi, stand per la gradazione delle carte, espositori pieni di card rare e collezionisti che discutono come piccoli broker di una borsa fatta di Pikachu, Charizard e olografiche vintage. Tra cosplay, fumetti, fan club, artisti, spettacoli e attività immersive, la Milan Games Week sembra davvero la più grande festa della cultura pop italiana. Una celebrazione totale dell’immaginario contemporaneo, un mondo vivido e pieno di vita dove puoi passare ore senza mai annoiarti.
Ma, a un certo punto, arriva naturale la domanda: e la parte Games della Games Week?
…MA I VIDEOGIOCHI?
Quando decido finalmente di spostarmi verso l’area gaming, l’atmosfera cambia completamente. Mi aspettavo il cuore della fiera: demo in anteprima, prove esclusive, linee di attesa per titoli non ancora usciti, sviluppatori pronti a spiegare come nasce un gioco. Mi aspettavo quel brivido che solo una fiera del videogame può dare: mettere le mani, per la prima volta, su ciò che tutti giocheranno nei mesi a venire.
Invece, l’impatto è sorprendentemente piatto.
Sul palco dedicato ai videogiochi, invece di game director, designer, sceneggiatori o sviluppatori indipendenti, trovo creator e YouTuber impegnati in talk informali. Raccontano esperienze personali, fanno qualche battuta, intrattengono il pubblico. Niente analisi del medium, niente discussioni su cosa uscirà nel 2026, niente riflessioni sul mercato o sulla cultura videoludica. È come assistere a una live su Twitch spostata su un palco: piacevole, certo, ma inadatta a rappresentare l’anima professionale del videogame. Il resto della zona gaming non va meglio. Gli stand dei rivenditori , tra cui GameLife e altri, sono pieni di giochi, accessori, gadget, collector’s edition, ma offrono più l’esperienza di un centro commerciale ben allestito che quella di una fiera che dovrebbe mostrare il futuro del medium. Lo stand PlayStation, gestito appunto da un retailer e non da Sony stessa, non presenta neanche una demo esclusiva: tutti titoli già usciti, alcuni con la demo gratuita già disponibile online. La vera sorpresa ,e paradossalmente l’unica , arriva in un angolo quasi nascosto: una piccola area dedicata a Nintendo Switch 2 che propone Resident Evil Requiem. È l’unico contenuto davvero inedito della fiera, ma è posizionato in maniera così discreta che quasi nessuno sembra accorgersene. Una demo così importante avrebbe dovuto essere un punto centrale della Games Week, invece è relegata in un angolo come un segreto da scoprire per caso.

La parte che più mi colpisce, però, è la marginalità degli sviluppatori indie. In un Paese che fatica da anni a trovare il proprio spazio nell’industria videoludica, gli indie sono portatori sani di creatività e innovazione: eppure sono relegati in spazi piccoli, con poca comunicazione, schiacciati dal rumore degli stand più commerciali e dalle file per un selfie con uno YouTuber. Sono loro a creare i videogiochi, loro a sperimentare, loro a tenere vive le idee. E dovrebbero essere sul palco principale, non nelle retrovie.

A fine giornata, mentre osservo le persone uscire felici con borse piene di fumetti, gadget, carte e autografi dei creator, la domanda torna forte: che cosa è oggi la Milan Games Week? Perché come fiera della cultura pop funziona benissimo, forse come nessun altro evento in Italia. Ma come fiera dedicata ai videogiochi, ha perso completamente la sua voce. Oggi il videogioco non è più protagonista della Games Week. È un contorno: qualcosa che si può giocare ovunque, qualcosa che non offre sorprese, qualcosa che non viene raccontato con professionalità. Chi fa intrattenimento domina il palco; chi crea i videogiochi resta dietro le quinte.Ed è un peccato enorme. La speranza è che la fiera torni a parlare di videogiochi come merita: con demo inedite, sviluppatori sul palco, approfondimenti, visione del futuro, e soprattutto con un padiglione che celebri davvero il game development italiano. Perché una fiera che si chiama Games Week deve rimettere al centro il videogioco.
Tutto il resto, per quanto bellissimo, rimane un contorno.
Anche senza gli 87, sempre sul pezzo!